Vai al contenuto
LF Lomazzi Federico

Home/Appunti/Elettronica

Elettronica

Batterie "di carta": potranno davvero sostituire quelle al litio?

Lomazzi Federico 10 min di lettura

Le celle sviluppate da Flint usano cellulosa come struttura, zinco e manganese per gli elettrodi ed un elettrolita acquoso, risultando flessibili, ricaricabili e molto meno inclini al thermal runaway. Flint dichiara fino a 4,2 V, 226 Wh/kg ed 1.000 cicli, ed ha avviato la produzione nel 2026, anche se molti dati attendono ancora verifiche indipendenti.

Batteria Flint a base di cellulosa, sottile e flessibile, mostrata tra foglie verdi

Se avete seguito le novità arrivate dal mondo delle batterie negli ultimi anni saprete certamente che ogni pochi mesi compare la tecnologia destinata a "mandare in pensione il litio", quasi sempre accompagnata da valori miracolosi, tempi di ricarica impossibili ed una data di commercializzazione che tende misteriosamente a spostarsi in avanti. Questa volta, però, dietro all'espressione quasi assurda BATTERIA DI CARTA c'è qualcosa di molto più concreto, perché Flint, startup nata a Singapore, non sta mostrando soltanto un esperimento da laboratorio ma ha annunciato l'avvio della produzione nel gennaio 2026 ed ha già portato le proprie celle dentro programmi pilota e prodotti reali. La prima cosa da chiarire, però, è forse anche la più importante: NON sono accumulatori costruiti interamente con un foglio di carta come potrebbe far pensare il nome. La cellulosa è il materiale strutturale fondamentale, ma la chimica comprende anche elettrodi a base di zinco e manganese ed un elettrolita acquoso sotto forma di hydrogel, quindi siamo davanti ad una batteria elettrochimica vera e propria nella quale la carta smette di essere un semplice supporto e diventa parte integrante della struttura.

La rivoluzione non è la carta, è quello che la carta permette di togliere

L'idea nasce da un lavoro sulla cellulosa impregnata di hydrogel, materiale che può fungere contemporaneamente da struttura porosa, separatore e supporto dell'elettrolita, permettendo di costruire celle sottili e flessibili senza ricorrere alla classica architettura rigida che associamo alle batterie tradizionali. Flint utilizza una chimica che evita litio, nichel e cobalto, affidandosi invece a materiali molto più comuni come zinco e manganese ed ad un elettrolita a base acquosa; è proprio quest'ultimo dettaglio a cambiare radicalmente il comportamento in caso di danneggiamento, perché una cella agli ioni di litio convenzionale utilizza normalmente solventi organici infiammabili mentre qui manca, in buona sostanza, il combustibile che rende possibile il famigerato thermal runaway. Non significa che possiamo cortocircuitare qualunque pacco batteria senza conseguenze e nemmeno che improvvisamente le leggi della fisica siano state abrogate, significa che la chimica della cella reagisce al danneggiamento in modo molto meno violento.

Le dimostrazioni pubblicate da Flint sono in effetti abbastanza impressionanti: celle piegate, perforate, tagliate e persino esposte direttamente ad una fiamma continuano per un certo periodo ad alimentare piccoli carichi senza incendiarsi o esplodere. Sul proprio sito l'azienda arriva a mostrare una batteria che continua ad azionare una ventola mentre viene tagliata, e questo è probabilmente il punto nel quale la differenza rispetto ad una comune cella al litio diventa visivamente più evidente. Ma starei attento ad una semplificazione che ho visto ripetere spesso, ovvero che la cellulosa funzionerebbe automaticamente come una specie di "fusibile di carta" universale capace di isolare qualsiasi corto: l'effetto di un danneggiamento dipende dalla geometria della cella, dai collettori, dalla resistenza interna e dal punto nel quale avviene il guasto, quindi la sicurezza straordinaria mostrata dalle celle Flint deriva soprattutto dalla chimica acquosa e non da una qualche proprietà magica della carta.

Da un LED ad una batteria da 226 Wh/kg

Il passaggio che rende questa tecnologia interessante non è infatti aver costruito una batteria flessibile, perché prototipi di accumulatori su carta esistono da molti anni, ma essere riusciti ad arrivare a prestazioni che cominciano ad entrare nel territorio dell'elettronica commerciale. Carlo Charles, fondatore di Flint, ha dichiarato ad IEEE Spectrum che le celle possono arrivare fino a 4,2 volt ed ad una densità energetica gravimetrica di 226 Wh/kg, con una durata fino ad un migliaio di cicli di carica e scarica. Sono numeri che, presi alla lettera, collocano queste batterie in una zona fino a pochi anni fa assolutamente impensabile per una chimica di questo genere, perché 226 Wh/kg significa avvicinarsi alla fascia nella quale lavorano molte celle agli ioni di litio commerciali invece di restare confinati a sensori usa e getta o piccoli LED.

Qui però bisogna fermarsi un attimo, perché questi valori sono estremamente interessanti ma sono ancora principalmente DATI DICHIARATI DAL PRODUTTORE. IEEE Spectrum ha sottolineato che Flint non ha ancora pubblicato un white paper completo sulla propria chimica e che alcuni dettagli restano proprietari; questo non significa che i numeri siano falsi, significa semplicemente che fra una specifica dichiarata da una startup ed una caratterizzazione indipendente, ripetuta e pubblicata con tutti i parametri di prova c'è una differenza che in ingegneria non possiamo ignorare. La stessa cosa vale per valori come 410 Wh/L, comparsi in articoli e presentazioni dedicate alla tecnologia: sono plausibili nel quadro dichiarato dall'azienda, ma prima di progettare un dispositivo attorno a quei numeri vorrei vedere curve di scarica, C-rate, temperatura, autoscarica, resistenza interna, retention dopo i cicli ed il comportamento su lotti prodotti in quantità.

Nel 2026 non sono più soltanto prototipi

Ed è qui che la storia diventa più interessante, perché a gennaio 2026 Flint ha annunciato ufficialmente l'avvio della produzione nel proprio impianto di Singapore, facendo quindi il salto da prototipi costruiti in laboratorio a celle fabbricate per programmi pilota ed integrazioni commerciali. Non significa ancora produzione mondiale nell'ordine di miliardi di pezzi, ma significa che la tecnologia ha superato una soglia che molte batterie rivoluzionarie viste negli anni non superano mai. IEEE Spectrum ha riportato anche una collaborazione pilota con Logitech, mentre Flint e Nimble hanno annunciato una famiglia di accessori compatibili con Apple Find My nella quale una cella di carta ricaricabile, spessa meno di un millimetro, viene integrata direttamente in portachiavi, etichette per bagagli, portafogli sottili e porta-passaporto.

Questo secondo me vale molto più di cento rendering di futuri smartphone pieghevoli, perché ci mostra esattamente dove una tecnologia del genere può iniziare ad avere senso: dispositivi piccoli, wearables, sensori, periferiche, tracker, elettronica IoT ed oggetti nei quali forma, sicurezza e smaltimento contano quasi quanto la densità energetica. Flint mostra anche form factor AA ed AAA, ed il fatto che la chimica possa essere realizzata in forme convenzionali oppure come una lamina sottilissima è forse una delle sue caratteristiche più interessanti; con una batteria rigida normalmente progettiamo il dispositivo ATTORNO ALLA BATTERIA, mentre una cella flessibile permette almeno in teoria di cominciare a progettare la batteria attorno allo spazio che il dispositivo lascia libero.

L'effetto origami è molto più serio di quanto sembri

Se avete progettato anche soltanto un piccolo dispositivo portatile saprete certamente quanto spazio viene sprecato per accomodare una cella rettangolare che non può essere piegata, assottigliata soltanto in una zona oppure fatta seguire alla forma della scocca. Una struttura a base di cellulosa può invece essere realizzata in fogli sottili, curvata e sagomata, e questo apre possibilità interessanti nei dispositivi indossabili, nei cerotti medicali, nei sensori distribuiti ed in tutta quell'elettronica nella quale pochi decimi di millimetro fanno davvero la differenza. È facile fantasticare di batterie nascoste nella carrozzeria di un'automobile oppure dentro ogni superficie disponibile, ma almeno nella fase attuale eviterei di saltare direttamente alle applicazioni più energivore: la stessa Flint riconosce che il litio resta difficile da battere quando servono densità di potenza molto elevate e lunghissima vita ciclica, tanto che l'azienda non considera al momento le automobili elettriche il proprio bersaglio principale.

Anche lo spazio viene spesso citato fra le possibili applicazioni, ed il sito di Flint indica esplicitamente satelliti e spacecraft fra i settori ai quali la tecnologia potrebbe adattarsi grazie a peso, sicurezza e flessibilità. Ma qui farei una distinzione importante rispetto ad alcuni articoli che hanno già trasformato una POSSIBILE APPLICAZIONE in una missione compiuta: non ho trovato una documentazione indipendente sufficientemente solida per affermare che le attuali celle Flint abbiano già volato ed operato su un CubeSat in orbita. Esistono numerosi programmi di ricerca sulle batterie strutturali per piccoli satelliti, anche da parte di NASA ed ESA, ma non sono automaticamente la stessa tecnologia. Dire che una batteria è interessante per lo spazio è corretto, dire che sia già stata validata nello spazio richiede prove molto più precise.

Compostabile sì, "diventa fertilizzante" è un'altra cosa

L'altro aspetto quasi fantascientifico riguarda il fine vita. Flint dichiara che, una volta rimossa la confezione sigillata che protegge la cella durante l'utilizzo, l'esposizione ad acqua, suolo ed agenti naturali innesca la degradazione dei materiali e che la batteria è compostabile; la chimica evita litio, nickel e cobalto ed utilizza materiali che l'azienda descrive come non tossici. Alcune dimostrazioni e fonti secondarie parlano di degradazione nell'ordine di poche settimane, ed è evidentemente una differenza enorme rispetto ad un accumulatore tradizionale che deve entrare in una filiera industriale di recupero.

Ma anche qui eviterei l'espressione "si trasforma in fertilizzante" perché COMPOSTABILE non significa automaticamente che il prodotto finale sia un fertilizzante agronomicamente utile, ed una dichiarazione di compostabilità dovrebbe sempre essere letta assieme alle condizioni nelle quali viene effettuata, ai materiali dell'involucro esterno ed alle certificazioni disponibili. Flint afferma che i metalli possono essere recuperati e che il resto della struttura può degradarsi senza lasciare rifiuti pericolosi, che è già una prospettiva notevolissima senza bisogno di trasformare la batteria in concime per i pomodori.

E cosa succede se la cortocircuitiamo davvero?

Qui bisogna distinguere la sicurezza chimica dalla protezione elettrica. Una cella acquosa che non entra facilmente in thermal runaway è immensamente più tranquilla di una batteria contenente solventi organici infiammabili, ma se può erogare potenza può anche erogare corrente di cortocircuito, generando calore nei conduttori, nei contatti e nel dispositivo alimentato. Per questo una batteria sicura non rende inutile un BMS (Battery Management System) quando costruiamo pacchi di potenza: protezione da sovracorrente, sovratensione, sottotensione e temperatura restano normali requisiti di progetto. La differenza fondamentale è che, se qualcosa va storto, la cella stessa dovrebbe avere molta meno tendenza ad alimentare una reazione termica autosostenuta.

Ed è proprio questa caratteristica che secondo me potrebbe risultare più importante della parola "carta" stampata sulle brochure. Le batterie al litio moderne sono straordinariamente affidabili quando vengono progettate e gestite correttamente, ma richiedono separatori, protezioni, controllo termico ed una quantità di attenzione dovuta al fatto che immagazziniamo parecchia energia accanto ad un elettrolita combustibile. Una chimica acquosa ad alta densità energetica cambia l'equazione non perché ci consenta di ignorare la sicurezza, ma perché elimina uno dei meccanismi più brutti con i quali un guasto può propagarsi.

Il problema vero adesso è dimostrare che i numeri reggono la fabbrica

Arrivati qui la domanda non è più se si possa costruire una batteria con la cellulosa, perché quella risposta ormai è chiaramente sì. La domanda è se 226 Wh/kg, fino ad 1.000 cicli, flessibilità, costo competitivo, sicurezza meccanica e compostabilità possano convivere NELLO STESSO PRODOTTO costruito in milioni di esemplari con dispersioni accettabili. È proprio questo il passaggio nel quale tante tecnologie energetiche formidabili muoiono: il prototipo funziona, la cella migliore del lotto è straordinaria, poi bisogna produrne un milione, sigillarle, trasportarle, conservarle per anni, certificarle, garantire che funzionino a freddo ed a caldo e venderle ad un prezzo che qualcuno sia disposto a pagare.

Flint ha un vantaggio intelligente perché dichiara di aver progettato il processo in modo da essere compatibile il più possibile con infrastrutture produttive già familiari all'industria delle batterie, invece di inventare contemporaneamente una nuova chimica ed una fabbrica completamente nuova. La produzione avviata a Singapore nel 2026 sarà quindi il banco di prova vero, molto più interessante delle dimostrazioni nelle quali una cella viene tagliata con le forbici; se le specifiche dichiarate verranno confermate anche su produzione di massa, allora non avremo semplicemente una curiosa batteria fatta con la carta, avremo una chimica capace di togliere litio, nickel e cobalto da una parte importante dell'elettronica di consumo.

E questa, secondo me, è già una notizia abbastanza incredibile senza aggiungerci satelliti non verificati, batterie "indistruttibili" oppure accumulatori che diventano fertilizzante. Una cella ricaricabile che usa cellulosa, zinco, manganese ed acqua, può essere piegata, resiste molto meglio al danneggiamento, viene prodotta commercialmente, arriva fino a valori dichiarati nell'ordine dei 226 Wh/kg ed è già entrata in programmi con produttori di elettronica è qualcosa che pochi anni fa avremmo tranquillamente classificato fra le curiosità di laboratorio; adesso la parte interessante comincia proprio qui, perché non dobbiamo più chiederci se FUNZIONA, dobbiamo vedere se riuscirà a funzionare ALLE DIMENSIONI DELL'INDUSTRIA!

14 visite

Fonti

  1. IEEE Spectrum, Flint Paper Battery Could Power Gadgets With Cellulose spectrum.ieee.org
  2. Flint, sito ufficiale della tecnologia Paper Battery www.flintlabs.com
  3. Flint, FAQ su chimica, sicurezza, durata e compostabilità www.flintlabs.com
  4. Flint, avvio della produzione delle Paper Battery nel gennaio 2026 www.flintlabs.com
  5. Flint e Nimble, accessori Find My alimentati da batterie di carta www.flintlabs.com
  6. NTU Singapore, Flint e le collaborazioni con produttori di elettronica www.ntu.edu.sg
  7. TechCrunch, struttura della batteria Flint con cellulosa, hydrogel, zinco e manganese techcrunch.com
  8. audioXpress, Flint Paper Battery in produzione audioxpress.com
  9. Dezeen, Flint paper battery e immagine di apertura www.dezeen.com

Commenti

Nessun commento, per ora.

Per commentare serve un accesso. Qui siamo tutti tecnici e colleghi!

Accedi per commentare

Scarica